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02/06/2020 - Sentenza della Corte di giustizia del 14 maggio 2020 - immigrazione e asilo

La Corte di giustizia ha dichiarato che la corretta interpretazione dell’articolo 13 della direttiva 2008/115 (cd. direttiva rimpatri), letto alla luce dell'articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, osti all’applicabilità di una norma nazionale che consenta di contestare la decisione di modifica del luogo di destinazione di un provvedimento di rimpatrio esclusivamente innanzi ad un’autorità amministrativa, senza che sia garantito all’interessato un successivo controllo giurisdizionale sulla legalità della decisione in questione. Osta, altresì, alla corretta interpretazione del diritto dell’Unione, ed in particolare dell’articolo 33 della direttiva 2013/32 (cd. direttiva procedure), una legge nazionale che consenta di respingere, per irricevibilità, una domanda di protezione internazionale, in ragione della circostanza che il richiedente sia giunto da uno Stato in cui non fosse esposto a persecuzioni o ad un rischio di danno grave o in cui non gli fosse garantito un adeguato grado di protezione. Ai sensi della direttiva appena menzionata, letta in combinato disposto con l'articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali e col principio di leale cooperazione di cui all'articolo 4, paragrafo 3, TUE, qualora una domanda di asilo sia stata oggetto di una decisione di rigetto, già confermata da una decisione giudiziaria definitiva, il successivo indiretto accertamento della sua antinomia col diritto dell’Unione costituisce – ha precisato la Corte – un “nuovo elemento” ai fini dell’esame di una domanda di protezione internazionale; la disposizione “censurata” come sopra non può inoltre essere applicata ad una richiesta successiva, ai sensi dell'articolo 2, lettera q), di detta direttiva, ovvero quando venga in rilievo a titolo incidentale nel corso di procedimenti pendenti. Nella medesima articolata sentenza la Corte ha anche osservato che, ai sensi della summenzionata direttiva 2008/115 e di quella 2013/33 (cd. direttiva accoglienza), l’imposizione ad un cittadino di un paese terzo dell’obbligo di restare permanentemente in una zona di transito il cui perimetro sia ristretto e chiuso, all’interno del quale i suoi movimenti siano limitati e monitorati, senza che egli possa partire volontariamente, rischi di assumere i caratteri di una privazione della libertà, caratteristica della “detenzione”. Su questo sfondo, la Corte ha sancito che l’articolo 43 della direttiva 2013/32 non autorizzi la detenzione di un richiedente protezione internazionale in una zona di transito per un periodo superiore a quattro settimane. Si pone poi in posizione di netto contrasto con la corretta interpretazione degli articoli 8 e 9 della direttiva 2013/33 una normativa nazionale che imponga il trattenimento di un richiedente protezione internazionale per il solo motivo che egli non possa autonomamente provvedere alle proprie necessità, che disponga inoltre la detenzione senza che la preventiva adozione di una decisione motivata in tal senso e senza un esame della necessità e proporzionalità di tale misura, che non garantisca infine un successivo controllo giurisdizionale al riguardo. D’altra parte, l’articolo 9 della summenzionata direttiva deve essere interpretato, secondo la Corte, nel senso che non imponga agli Stati membri di fissare una durata massima per il mantenimento in stato di fermo, a condizione che la legislazione nazionale garantisca che la detenzione duri solo finché il motivo che la giustifichi resti attuale nonché che le correlate procedure amministrative siano svolte con diligenza. La sentenza in commento ha sancito ancora il contrasto, col diritto dell’Unione ed in particolare con l’articolo 15 della direttiva 2008/115, della previsione di una decisione che non assicuri le garanzie appena menzionate e che disponga il trattenimento di un cittadino di un paese terzo esclusivamente sulla base della circostanza che questi non disponga dei mezzi per dare autonomamente esecuzione ad una decisione di rimpatrio, consentendo peraltro la detenzione per un periodo superiore ai diciotto mesi. Infine, la Corte ha statuito, con risolutezza, che, in assenza di una disposizione nazionale che garantisca un controllo giurisdizionale sulla legalità di una decisione amministrativa che ordini la detenzione di richiedenti protezione internazionale o di cittadini di paesi terzi la cui domanda di asilo sia stata respinta, il principio del primato del diritto dell’Unione nonché il diritto ad una tutela giurisdizionale effettiva, garantito dall'articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, impongano al giudice nazionale di dichiararsi competente a pronunciarsi sulla legalità del suddetto provvedimento e gli conferiscano il potere di ordinare, se del caso, il rilascio immediato delle persone interessate. Nell’ipotesi in cui la detenzione illegittimamente disposta ai danni di un richiedente protezione internazionale sia terminata, l’articolo 26 della direttiva 2013/33 impone anche che il soggetto possa pretendere ed invocare, anche in sede giurisdizionale, il diritto di ottenere un’indennità finanziaria che gli consenta di trovare un alloggio, consentendosi al giudice nazionale anche di adottare provvedimenti provvisori al riguardo.

Testo integrale della sentenza